Capita spesso che un bambino abbia "mal di pancia", a volte associato a situazioni specifiche — prima di andare a scuola, la sera, a ondate che vanno e vengono. Si va dal pediatra, si fanno accertamenti, magari esami del sangue o un'ecografia. E la risposta spesso è: "non c'è niente". Sollievo, certo, ma anche una domanda che resta lì: e allora perché sta male?

Il dolore c'è davvero ma gli esami non mostrano alterazioni significative. E proprio su questi disturbi un gruppo di esperti internazionali ha appena aggiornato la mappa che i pediatri usano per riconoscerli.

Un nome per disturbi che sembrano invisibili

Si chiamano, con una sigla, DGBI: in inglese disorders of gut-brain interaction, cioè disturbi dell'interazione tra intestino e cervello. È un'espressione che dice esattamente cosa succede: intestino e cervello sono in dialogo continuo, collegati da una fittissima rete di nervi. Quando quel dialogo si disregola, cioè quando intestino e cervello non comunicano bene — per stress, per sensibilità individuale, per mille ragioni diverse — il risultato può essere un dolore vero, una nausea vera, una stitichezza vera, anche se gli organi sono perfettamente normali.

Non è "tutto nella testa" del bambino, ed è importante dirlo con chiarezza ai bambini e ai genitori. È un problema di funzionamento, non di lesione. Un po' come un'emicrania: nessuno dubita che faccia male, eppure non si vede in una lastra.

Il sistema di criteri che aiuta i medici a riconoscere e dare un nome a questi disturbi si chiama, per ragioni storiche, "Rome". E siamo appena arrivati alla sua quinta edizione, Rome V.

Cosa cambia con Rome V

Il cuore della novità, spiegano gli autori, è un cambio di logica. Fino a ieri questi disturbi venivano classificati soprattutto per fascia d'età. Ora l'ordine è un altro: si organizzano in base a dove e come nasce il problema — la fisiopatologia e la regione anatomica coinvolta.

In pratica, i disturbi vengono ora divisi in due grandi famiglie: quelli della parte alta dell'apparato digerente e quelli della parte bassa.

Ci sono poi diverse aggiunte: nuovi disturbi riconosciuti — per esempio legati all'esofago, all'alimentazione, o a sensazioni di fastidio prima non ben inquadrate — e criteri esistenti resi più precisi. Vengono inoltre inseriti alcuni biomarcatori emergenti, cioè esami del sangue, per esempio, che possono aiutare a confermare una diagnosi.

C'è infine un dettaglio che sembra tecnico ma tocca da vicino le famiglie: i criteri pediatrici sono stati resi più armonici con quelli degli adulti. Significa che un ragazzo con un disturbo digestivo funzionale, quando crescerà e passerà dal pediatra al medico dell'adulto, non ripartirà da zero. La transizione — spesso un momento delicato — sarà più fluida.

Perché a un genitore interessa davvero

Dare un nome a un disturbo è già una forma di cura. Quando un pediatra può dire "quello di tuo figlio è un disturbo funzionale ben riconosciuto, si chiama così, funziona in questo modo", cambia tutto: il bambino smette di sentirsi non creduto, il genitore smette di temere che ci siano altre malattie nascoste, e ci si può concentrare su ciò che aiuta davvero.

Una precisazione però è d'obbligo. Rome V è uno strumento diagnostico, non una terapia: è un modo migliore di riconoscere e nominare questi disturbi, cioè è un documento di consenso tra esperti, la sintesi ragionata di ciò che oggi si sa. Il suo valore sta proprio qui: mettere ordine, dare un linguaggio comune, aiutare medici e famiglie a capirsi.

In fondo, un piccolo sollievo

Torniamo a quel bambino con il mal di pancia che va e viene, e a quel "non c'è niente" che lascia i genitori un po' sospesi. La direzione presa da Rome V è un modo per rispondere meglio alle domande dei genitori e la risposta corretta è: sì, c'è qualcosa e ha un nome, e questo trasforma un dolore misterioso in un problema conosciuto, e quindi affrontabile.