C'è una parola che ogni neogenitore impara prestissimo, di solito nel cuore della notte, con un bambino in braccio che piange e non si consola: coliche. La diciamo con un misto di rassegnazione e senso di colpa. Ecco: quella parola sta per andare in pensione, e vale la pena raccontare perché.
Con l'ultimo aggiornamento dei criteri internazionali che i medici usano per definire i disturbi digestivi — i cosiddetti criteri Rome, arrivati alla quinta edizione — la "colica del lattante" cambia ufficialmente nome. Da oggi si chiama infant distress syndrome: un termine inglese che in italiano potremmo tradurre sindrome da disagio o, meglio, da disregolazione del lattante.
Cosa c'era di sbagliato nella parola "colica"
La parola "colica" non è neutra: contiene già una diagnosi. Viene dal greco kolikos, che indica dolore del colon, dell'intestino. Dire "il bambino ha le coliche" significa, alla lettera, affermare che piange perché ha mal di pancia.
Ed è proprio questa certezza a non reggere. Perché la verità, in estrema sintesi, è che di queste crisi di pianto sappiamo ancora poco. Le ipotesi non mancano, ma nessuna ha finora trovato una conferma solida.
La più intuitiva è proprio quella che ha dato il nome alla condizione: un eccesso di gas nell'intestino, prodotto dai batteri o ingerito durante la poppata (la cosiddetta aerofagia). Il gas in eccesso provoca gonfiore della pancia e viene emesso con eruttazioni e flatulenza. Ragionevole a prima vista — ma nessuno studio scientifico l'ha mai confermata.
Un'altra idea molto diffusa è che dietro le coliche ci sia un'allergia alle proteine del latte vaccino. Anche qui, però, i conti non tornano: le coliche compaiono con la stessa frequenza nei bambini allattati con latte materno e in quelli alimentati con latte formulato, e numerosissimi studi hanno mostrato che passare a una formula priva di latte (a base di soia, riso o proteine idrolizzate) non sempre migliora la situazione.
Altre ipotesi guardano invece alla mente del piccolo: le difficoltà che alcuni neonati incontrano nell'adattarsi ai tanti stimoli nuovi che li circondano, che sfogherebbero nel pianto inconsolabile. O ancora, la difficoltà a regolare le proprie emozioni — una capacità che arriverebbe solo più tardi, con la maturazione del sistema nervoso centrale, e che con la sua comparsa spegnerebbe da sé le coliche.
Nessuna di queste piste, per ora, è la risposta definitiva. E chiamare "colica" quel pianto, dando per scontato il mal di pancia, ci ha fatto cercare per generazioni una causa — quella intestinale — che non può essere sempre dimostrata con certezza e che ci spinge verso rimedi di ogni tipo, spesso poco utili.
Non solo il nome: cambia anche il metro
C'è un secondo cambiamento, più discreto ma altrettanto sensato. Fino a ieri, per parlare di coliche, i criteri definivano una soglia precisa: un pianto di almeno tre ore al giorno, per almeno tre giorni alla settimana. Il comitato Rome V ha riconosciuto che quel numero — tre ore — era in fondo arbitrario. Perché moltissimi neonati piangono anche meno di tre ore, eppure quel pianto basta a mettere in ansia un genitore.
Così il metro si è spostato: non più solo quanto piange il bambino, ma quanto quel pianto pesa su chi se ne prende cura. È un piccolo cambiamento che dice una cosa importante — che la sofferenza del genitore, la stanchezza, lo sfinimento di certe notti, contano e vengono finalmente messi al centro. Non è un dettaglio da poco per chi si è sentito dire "sono solo coliche, passeranno" mentre non ce la faceva più.
Perché il nuovo nome è una buona notizia
Il nuovo termine descrive quello che vediamo davvero — un bambino che piange e fatica a calmarsi — senza inventarsi una causa se non la conosciamo. E questo, per un genitore, cambia parecchio.
Se il problema non è per forza "una pancia da curare", cade l'affannosa ricerca del rimedio miracoloso: le gocce, le tisane, i continui cambi di latte, gli integratori, tutto quel repertorio che tanti genitori provano con la sensazione crescente di fallire. E cade, soprattutto, il senso di colpa. Perché quando pensiamo che nostro figlio abbia dolore e noi non riusciamo a toglierlo, ci sentiamo inadeguati. Sapere che quel pianto è un passaggio che tende a esaurirsi da sé, e non un male che stiamo mancando di riparare, sposta tutto: quasi sempre non c'è niente da aggiustare, c'è un bambino da accompagnare mentre attraversa una fase che finirà.
Il compito, allora, diventa un altro: consolare come si può, darsi il cambio, chiedere aiuto quando si è allo stremo, e ricordarsi che passerà.
Un'avvertenza
Attenzione a non leggere questo cambiamento come un "quindi non è niente, ignoralo". Non è così. L'infant distress syndrome resta, in medicina, una diagnosi di esclusione: si arriva a chiamarla così dopo aver escluso le cause vere di pianto e sofferenza, che a volte esistono davvero e vanno riconosciute e curate. Un pianto che si accompagna a scarsa crescita, febbre, vomito insistente, sangue nelle feci o a un bambino che appare molto sofferente non è mai da liquidare come "coliche": va sempre fatto visitare dal pediatra.
Per questo il pediatra resta il punto di riferimento: non tanto per prescrivere dei rimedi, a volte non così efficaci, ma per accertarsi che dietro quel pianto non ci sia qualcosa di trattabile, e — quando non c'è — per rassicurare.
Un nome nuovo non fa dormire di più un neonato che piange. Ma può far sentire un po' meno soli, e un po' meno sbagliati, i genitori che lo tengono in braccio.



