Succede a tutti, prima o poi, di consultare il Dott. Google. Compare un sintomo che non conosciamo, qualcuno ha consigliato un integratore, un'amica giura che una certa cosa funziona — e la sera, col telefono in mano, cominciamo a cercare. Dopo mezz'ora siamo più confusi di prima: uno studio dice una cosa, un forum il contrario, un titolo allarmante ne smentisce un altro.
Il problema, quasi sempre, non è che manchino le informazioni, è che ce ne sono troppe. Come ci si muove senza perdersi?
Una biostatistica americana, Lucy McGowan, ha scritto una piccola guida al metodo che usa quando deve rispondere a una domanda di salute che la riguarda da vicino. Il suo mestiere è proprio studiare come si producono e si interpretano gli studi scientifici.
Primo: trasformare l'ansia in una domanda precisa
Proviamo con un esempio concreto, di quelli che tengono svegli i genitori: mio figlio di 8 anni fatica ad addormentarsi, gli posso dare la melatonina? Messa così — cosa: melatonina; effetto: addormentarsi più in fretta; per chi: un bambino in età scolare; quando: un uso occasionale, per qualche notte — la domanda è già più chiara, e anche il risultato lo sarà. Diverso sarebbe chiedersi se un uso prolungato, per mesi, sia sicuro: è un'altra domanda, e probabilmente avrà un'altra risposta. E soprattutto permette di capire subito se uno studio che abbiamo trovato c'entra davvero con quello che ci interessa.
Secondo: diffidare dello studio singolo
Un singolo studio non fa una verità, soprattutto se letto su un blog o rimbalzato sui social. La scienza solida si costruisce mettendo insieme decine di ricerche.
Invece di perdersi nel mare di Google, conviene affidarsi a portali sicuri. Le risposte più affidabili si trovano sui siti delle istituzioni sanitarie: l'Istituto Superiore di Sanità (ISS Salute), le pagine dei grandi ospedali pediatrici o della Società Italiana di Pediatria. Queste realtà fanno esattamente il lavoro più difficile per noi: raccolgono tutte le prove disponibili (quelle che i medici chiamano "revisioni sistematiche") e ne traggono conclusioni sicure, scritte in modo comprensibile.
Terzo: capire quando possiamo fidarci di una risposta
Quando leggiamo un'informazione medica, magari proprio sul sito di un ospedale pediatrico, a volte troviamo parole come "probabilmente" o "le prove attuali suggeriscono che...". Gli scienziati veri non amano le certezze assolute: quando valutano una cura, assegnano a ogni conclusione un grado di certezza delle prove, che va da molto basso ad alto.
Attenzione, non è un voto alla bravura di chi ha fatto la ricerca. È un'indicazione per noi: un grado di certezza alto significa che è molto improbabile che ricerche future cambieranno le carte in tavola. Un grado di certezza basso ci dice invece che l'informazione è interessante e possiamo tenerne conto, ma va presa con le pinze, perché la scienza sta ancora indagando e potrebbe rivedere le sue posizioni.
Quarto: attenzione all'effetto "funziona sui topi!"
E se cerchiamo informazioni su un argomento nuovissimo per cui non ci sono ancora risposte certe? Spesso i titoli di giornale gridano al miracolo basandosi su esperimenti fatti in laboratorio. Ma come ricorda McGowan, un risultato ottenuto sui topi ci dice solo che un meccanismo è biologicamente possibile, non dimostra assolutamente che funzionerà sulle persone.
Infine, una nota sulle esperienze altrui. I gruppi social e le storie degli altri genitori hanno un valore umano inestimabile. Tuttavia, le persone che scrivono in quelle comunità spesso rappresentano casi particolari. Le esperienze personali, per quanto preziose, servono a farci venire in mente le domande giuste da porre, non a fornirci le risposte mediche.
L'ultimo controllo
Prima di fidarci di uno studio, McGowan consiglia due verifiche rapide: chi l'ha finanziato, e se gli autori dichiarano conflitti d'interesse. Uno studio pagato da un'azienda con un interesse nel risultato non è automaticamente sbagliato, ma è bene saperlo.
E poi il consiglio più saggio di tutti: incrociare più fonti, e appoggiarsi al proprio medico per interpretare cosa significano quelle prove nella situazione specifica. Perché "fare le proprie ricerche" è un ottimo istinto — ma a volte porta a una certezza, e altre volte a un'incertezza ben informata. Riconoscere la differenza, scrive McGowan, è una delle parti più importanti del lavoro.
Aggiungo solo una cosa, da pediatra: cercare non serve a sostituire il medico, ma ad arrivare da lui con domande migliori. E le domande migliori, quasi sempre, portano a risposte migliori.



