Credo che a tutti sia capitata, almeno una volta nella vita, una scena come questa: un pomeriggio qualsiasi, niente di particolare da fare, i bambini girano per casa, si annoiano, e la noia diventa in fretta qualcosa di più grande: irritazione, richieste continue, capricci. "Mi annoio, non so cosa fare." E la mano corre subito allo schermo, perché il vuoto va riempito, la noia va sconfitta subito.

Vediamo questa scena sempre più spesso, in ambulatorio, a scuola, al ristorante: bambini e ragazzi che non tollerano l'attesa, che di fronte a un tempo vuoto reagiscono con ansia, riempiendo ogni momento con uno smartphone, con un reel, a volte con il cibo.

Per capire cosa manca, vale la pena tornare a un'idea dello psicoanalista francese Jacques Lacan. Un'idea che ha un nome un po' solenne — il Nome-del-Padre.

Non è il papà: è una funzione

Lacan non parla del padre in carne e ossa. Parla di una funzione, che un padre può svolgere ma non è il solo a poter svolgere: quella di introdurre un limite. Il messaggio è più o meno questo: tu e tua madre non siete la stessa cosa; tra voi c'è uno spazio, e in quello spazio puoi diventare te stesso.

Nei primissimi momenti della sua vita il bambino e chi si prende cura di lui vivono in una specie di fusione: un mondo chiuso, dove i bisogni vengono anticipati e colmati, dove non esiste ancora una vera distanza. All'inizio quella fusione è necessaria, ma se non si incrina mai, il bambino resta senza un fuori. È il limite — la funzione paterna — a incrinarla: a dire che non tutto è dovuto, non tutto è immediato, non tutto è colmabile.

E qui arriva il passaggio che sembra un paradosso, ma è il centro di tutto.

Il limite non toglie: apre

Verrebbe da pensare che mettere un limite a un bambino significhi togliergli qualcosa. Lacan dice l'opposto, il limite crea una mancanza — la sensazione che qualcosa non ci sia, non sia raggiungibile subito. E la mancanza è la condizione del desiderio.

Un bambino a cui non manca mai niente non desidera: consuma. Prende, e appena finito prende di nuovo, perché non ha mai imparato che tra il volere e l'avere può esserci uno spazio — e che quello spazio non è un errore da eliminare, ma il luogo dove nascono l'immaginazione, l'attesa, il senso. Chi non ha mai potuto desiderare non ha imparato a sopportare che qualcosa manchi. E quando qualcosa inevitabilmente manca, non ha strumenti per starci dentro: solo l'urgenza di riempire.

È qui che le due scene si toccano. Il ragazzo che non regge la noia e afferra lo schermo non è semplicemente "viziato" o "sempre connesso". È qualcuno a cui, forse, nessuno ha mai fatto davvero mancare qualcosa.

Ridare un ritmo

Non serve leggere tutto questo come una condanna dei tempi moderni, o come il rimpianto di un passato in cu i genitori erano più severi. Il punto non è essere più duri con i propri bambini, ma accorgersi che il limite è un dono, non una privazione: è ciò che dà una forma al mondo del bambino, un dentro e un fuori, un prima e un dopo.

Il bambino ha bisogno di sapere che c'è un confine ed è questo che gli permette, un giorno, di desiderare qualcosa oltre di esso.

Cosa accade quando la mancanza viene a mancare?

-(Jacques Lacan, Il Seminario, Libro X, L'angoscia)

Secondo Lacan, il limite fa nascere la mancanza, la mancanza rende possibile il desiderio.